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Sanità digitale, un commitment per il Sud

Sono ormai noti i vantaggi che le piattaforme e le applicazioni di Sanità digitale possono generare nel governo della gestione del processo assistenziale. Non solo risparmi economici, ma efficienza e maggiore efficacia.  Il Patto della Sanità digitale, previsto nel Patto della Salute, aveva come obiettivo il rilancio di una politica industriale per lo sviluppo della Sanità digitale nel Paese secondo le logiche di una regia organizzata, ma langue nella sua operatività. Il Sud, in particolare, poi, si presenta, ad oggi, come il contesto nel quale lo sviluppo della Sanità digitale avrebbe importanti opportunità di espansione proprio per lo stato delle sue infrastrutture intra ed extraziendali. Un’occasione dunque rilevante che, tuttavia, è frenata da diversi ostacoli, che non si riesce a rimuovere.

Il primo è quello relativo alla mancanza di piani organici di sviluppo della Sanità digitale a sostegno dei piani di riorganizzazione sanitaria intrapresi dalle regioni meridionali. Si continua ad eludere il problema, per cui non è possibile pensare ad una riorganizzazione delle reti assistenziali e del diverso ruolo tra ospedale e territorio, senza prendere in carico la necessità di affiancare a tale nuova mappatura, una coerente rete di comunicazione, capace di rendere effettivo il monitoraggio del processo assistenziale, la sua standardizzazione, l’integrazione tra i diversi attori e raggiungere così l’obiettivo della deospedalizzazione. I progetti, in tal senso, sono ancora, per lo più, lasciati in mano alle singole aziende sanitarie. L’unico processo che sembra viaggiare su un cammino rigorosamente tracciato, pur con differenze al Sud tra regioni e regioni, è quello relativo alla dematerializzazione. Ma in questo caso, si sa, è il MEF ad avere fatto da battistrada e ad avere imposto regole ferree di programmazione. Manca ancora per le regioni meridionali una governance decisa sulla Sanità digitale, né, però, sembra che tale indirizzo venga assunto.

Le regioni del Sud sono ad oggi politicamente nel guado. A fronte di una inerzia del governo politico, invischiato nelle proprie lotte di potere, non si riesce a disegnare piani organici di sviluppo industriale con una forte penalizzazione del mercato, soprattutto per le PMI, e l’assenza di una vera e programmazione che dia benzina all’innovazione. Attendere che la situazione si sblocchi in concomitanza con i prossimi appuntamenti elettorali rischia di mettere in ginocchio un comparto che sta già soffrendo molto.

Si invoca da più parti la possibilità di rilanciare la Sanità digitale nel Sud attraverso l’utilizzo delle soluzioni a riuso. Sarebbe una buona opportunità, ma ritorniamo a quanto detto. Per mettere a regime tale vantaggio bisognerebbe integrare le scelte in ambito regionale e soprattutto sarebbe auspicabile che le regioni meridionali anziché ragionare ad isole separate decidano di creare un più ampio contesto di integrazione extraregionale in modo da dare origine ad un vero e proprio cluster. Ma i localismi imperano.

Si continua a pensare che le fonti di finanziamento principali siano i programmi europei di innovazione. Vedi H2020. Certo l’occasione è significativa, ma i miliardi messi a disposizione non sono moltissimi, 80, e la concorrenza è altissima soprattutto da parte dei Paesi dell’area orientale e balcanica. Le regioni meridionali dovrebbero in tal senso migliorare l’accompagnamento delle aziende alla partecipazione, ma soprattutto iniziare a mettere a regime l’indicazione di H2020, che prevede l’obbligo di finanziamento per quei progetti che, pur avendo superato la selezione, non sono riusciti a ottenere i finanziamenti. La UE ha previsto in questo caso la cessione di un marchio di qualità e di eccellenza, che obbliga le regioni ad utilizzare le soluzioni nei propri progetti di sviluppo. Di questo poco si sa negli uffici regionali e si continua a procedere come sempre.

Manca una svolta decisa per quanto riguarda le nuove forme di procurement come quelle dettate dalla nuova Legge sugli appalti, che recepisce le direttive europee. È quanto mai necessario che vengano avviate e messe progressivamente a sistema le nuove forme di procurement e che si cominci a lavorare organicamente alle compartecipazione con il privato nelle modalità previste dalla normativa europea in modo da dare energia ai finanziamenti e agli investimenti. Anche in questo caso è necessario che le regioni si dotino di staff amministrativi in grado di decidere, avendo le competenze necessarie e capaci di muoversi all’interno di un disegno organico di sviluppo e di scossa al mercato, tracciando chiare vie di crescita. Su tutto questo le regioni meridionali, nonostante l’urgenza delle scelte, continuano a indugiare, reiterando una visione delle scelte industriali essenzialmente di natura amministrativa e burocratica.

Che dire e che fare? In merito al dire, molto è stato già detto e si rischia un’estenuante ripetizione. In merito al fare, sarebbe auspicabile avviare la fondazione di un cluster interregionale al Sud per la Sanità digitale e giungere, quanto prima, all’edizione di un documento programmatico per lo sviluppo della Sanità digitale al Sud che nasca da un deciso commitment politico anche di natura governativa. Questo nella consapevolezza che rilanciare la Sanità digitale nel Sud non è solo occasione di sviluppo, ma è un volano per l’intero comparto nazionale.

Il Focus point della Rete della Sanità digitale, promosso insieme all’Unione Industriali, che si è tenuto a Napoli, la scorsa settimana, ha, in questo senso, avviato la continuazione di un percorso che avrà proprio questo obiettivo.

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